1. "

    La sera prima di partire, Isabel, nel buio silenzioso di un’enorme casa, si presentò allo sguardo di Davì vestita solo di se stessa. Gli disse di sì tre volte prima di baciarlo – sì per il presente, sì per il futuro, sì per il silenzio sul passato.

    Poi, gli fece una domanda.

    Davì aveva capito, c’era solo una cosa che non avrebbe mai potuto avere da Isabel. E non era il suo amore. Lo aveva già. Era il suo dolore.[…]

    «Nonostante tutto, a Guzman sarà sempre legato il ricordo dell’amore che fa tacere tutti gli altri. Lui era il mio vento.»

    "
    — D.Carrisi, La donna dei fiori di carta.
     

  2. "Per sempre…è un attimo."
    — Tuo
     

  3. "

    A Parigi era il 26 maggio del 1900, le undici ventun minuti e quaranta secondi della sera. A diecimila chilometri da quell’istante un uomo di nome Martin moriva schiacciato dal peso di una barra d’acciaio nelle fonderie di Cleveland. In quello stesso istante, un anno prima, una sconosciuta aveva partorito un bambino sull’altare maggiore di Notre Dame. A otto ore esatte da quell’istante sarebbe iniziato un evento che gli uomini non avrebbero mai più dimenticato – l’ultima eclissi di Gerusalemme.

    Eppure, in quell’istante, l’orchestra cominciò a suonare una musica senza nome. Una musica che nessuno poteva conoscere, perché sarebbe arrivata in Europa solo anni più tardi. Una musica che molti nella sala avevano sentito soltanto menzionare – dal Río de la Plata era giunta ai bassifondi di Buenos Aires, dove i bianchi si mischiavano coi neri dando vita a una danza sensuale come una preghiera proibita e maledetta come una febbre.

    L’orchestra intonò un tango…

    "
    — D.Carrisi, La donna dei fiori di carta
     

  4. "Si."
    — …
     
  5. lysianebourdon:

    "Mouchoirs de Désirs", extraits de mes rêves

    (via ninacolettesimone)

     

  6. "

    Come avesse ricevuto il via da un misterioso arbitro, finalmente Guzman si staccò dalla parete. Con un semplice gesto, aveva fatto partire un oscuro e calcolato meccanismo – come in un domino, le tessere cominciarono a scivolare l’una sull’altra, inesorabilmente. Mentre andava incontro alla fanciulla, si voltò un istante per incrociare gli sguardi dell’orchestra che a un cenno concordato avrebbe fatto ciò per cui era stata pagata. Avanzava con passo sicuro, consapevole già di cosa avrebbe detto, della prima parola che avrebbe pronunciato per quella donna che neanche conosceva.

    E mentre procedeva verso di lei, passando in mezzo alla gente, ripeteva in mente quella parola. Scandendone bene le lettere con la bocca, in silenzio. Come un segreto che era lì, alla portata di tutti, scritto sulle sue labbra – sarebbe bastato leggerlo. Ma non c’era nessuno che potesse farlo intorno a lui, in quel momento.

    La parola segreta – visibile e invisibile – era un nome. Il nome della bellissima ragazza – ne era sicuro.

    E, arrivato vicino a lei, lui l’avrebbe chiamata. E se lei si fosse voltata, se per un bizzarro gioco del destino lei l’avesse fatto – be’, lui allora avrebbe capito tutto – tutto in una sola volta – e avrebbe saputo di averla trovata.

    Le giunse accanto.

    «Isabel…»

    Ancora una volta.

    «Isabel.»

    E lei si voltò.

    Nel salone calò uno sbigottito silenzio. Nessuno rideva. L’orchestra si fermò. Improvvisamente, tutti guardavano dalla loro parte.

    «Come sapete il mio nome?»

    «Non poteva che essere questo», tagliò corto Guzman. Poi, senza aggiungere altre spiegazioni: «Ballate, Isabel?»

    «Ma l’orchestra non sta suonando.»

    Aveva appena finito di pronunciare la frase, e l’orchestra attaccò…

    "
    — D.Carrisi, La donna dei fiori di carta.
     
  7. Ognun per sè e Dio per tutti…

     
  8. (Source: justherguy, via letmedothis)

     

  9. "

    «Così ti ho costretto a pensare a me quando ancora non esistevo.»

    Jacob considerò che, in effetti, aveva raggiunto lo scopo. «Ho desiderato per molto tempo il tuo nome», le confessò. «Non il tuo volto o il tuo aspetto, non m’importava. Volevo solo sapere che esistevi veramente. Allora, vuoi dirmelo?»

    Lei sorrise. «Anya Roumann.»

    Il fatto che si fosse attribuita da subito il suo cognome lo colpì. Era come se volesse dirgli: eccomi, sono io la donna della tua vita.

    Una settimana dopo la ragazza dei fiori di carta diventò sua moglie.
     
     

    E adesso l’ho persa, pensò Jacob Roumann, mentre si rigirava fra le dita una sgualcita orchidea di carta. Disteso sulla branda nella fetida trincea, riusciva a immaginare il profumo di quel fiore.

    Era proprio questo il merito di Anya. L’aver instillato nel cuore di un uomo razionale e distaccato il presagio di un mondo parallelo, totalmente diverso, dove i fiori di carta hanno un odore e bastano le parole di una poesia per far materializzare le cose. In fondo, all’inizio lui non ci credeva. Era stata lei a insegnarglielo.

    E poi lui non era stato capace d’impedire che un altro uomo gliela portasse via. Era capace solo di subire gli eventi. E Anya se n’era andata per sempre…

    "
    — D.Carrisi, La donna dei fiori di carta.
     

  10. "«È proprio questo il punto, non capisci?» tagliò corto Guzman. «Fra tutte le conquiste, la più emozionante per un uomo è il cuore di una donna. Ho girato il mondo, vissuto avventure, incontrato persone incredibili, ma l’impresa più esaltante è qualcosa di vicino, eppure quasi impossibile.»
    […]
    Allora hai bisogno di qualcosa di passionale ma, nello stesso tempo, struggente. Una musica che avveleni il sangue – ma un veleno che guarisce.
    Una melodia che abbia in sé una magia salvifica, però anche una maledizione. Che si accompagni al gesto, una fusione di corpi e di sensi… In conclusione, una poesia fatta non di parole, ma di note…"
    — D.Carrisi, La donna dei fiori di carta.
     

  11. "

    Una cosa Guzman non aveva mai fatto. «Non ho mai dato un nome a una montagna», mi ripeté più di una volta.

    Se ne rammaricava sul serio. All’inizio del XX secolo era convinzione diffusa che l’uomo avesse esplorato ogni angolo emerso del pianeta, perciò Guzman non aveva molte chance.

    Ma presto avrebbe dovuto attribuire un nome a qualcosa di più arduo di una montagna.

    Una donna.

    […]
    Ci sono donne che usano la loro bellezza come un ricatto. Per quanto impegno tu possa mettere per conquistarle, non si concederanno mai totalmente.
    Lei invece no. Indossava la propria grazia come fosse un abito, incurante dell’effetto che produceva sugli altri.
    E nel momento stesso in cui la notò, Guzman capì che, se non l’avesse avuta, avrebbe sentito per sempre la sua mancanza…

    "
    — D.Carrisi, La donna dei fiori di carta.
     

  12. "

    «Mi dispiace, non avrei dovuto leggere il vostro libriccino», si rammaricò l’italiano.

    «Devo averlo perduto quando l’esplosione mi ha gettato per terra. Comunque non è niente d’importante.»

    Ma il prigioniero non sembrava convinto. «Lo è, invece. Altrimenti non vi sareste preso la briga di riempire ogni giorno, accuratamente, ogni pagina con quegli appunti. E poi usate un fiore di carta come segnalibro… Allora, di che si tratta?»

    Il dottore gli prese la mano e l’appoggiò sull’involto con la neve che gli copriva mezza faccia. «Comprimete con forza», si raccomandò. Poi si recò al tavolo e prese l’agenda, piazzandola sotto la luce della lampada a petrolio. «Che pagina?»

    «L’ultima, per esempio.»

    Jacob Roumann sfogliò fino al 14 aprile, dov’era custodito il fiore di carta. Poi, tenendo ben aperto il libriccino, lo porse al prigioniero. «Leggete.»

    Il prigioniero si servì dell’unico occhio che aveva a disposizione. «Ore 4.25. Soldato semplice: ’Mamma’.»

    «Ferita da arma da fuoco», disse il dottore, poi aggiunse: «Brutta ferita. Ha voluto che gli tenessi la mano. Giovane, troppo giovane. È spirato chiamando sua madre».

    L’italiano, che cominciava a capire, proseguì con la voce successiva: «Ore 10.26. Ufficiale: ’Non c’è più la neve’».

    «Si stava dissanguando e perciò era diventato cieco. I suoi occhi si erano spenti almeno un’ora prima, sul paesaggio del ghiacciaio. Ma lui non se n’era ancora accorto. Ha realizzato la cosa solo qualche attimo prima di andarsene.»

    «Ore 16.12. Soldato semplice: ’La fine’.»

    «Avvelenamento da piombo, non sono riuscito a estrarre tutte le pallottole. Mi ha domandato, dottore è la mia fine? Non gli ho risposto. Poco dopo l’ha fatto da solo. Un’affermazione, secca. La fine.»

    «Ore 20.07. Soldato semplice: ’Appare’.»

    «Mi ha colpito molto. Era come se vedesse qualcosa. A volte capita. Non sai se è una consapevolezza o una consolazione che qualcosa appaia proprio mentre si scompare.»

    «Infine: Ore 22.27. Sottufficiale: ’Una coperta di lana’.»

    «Semplicemente, aveva freddo. È stata l’ultima richiesta.»

    Il prigioniero cominciò a sfogliare l’agenda a ritroso, meravigliato. «Voi collezionate le ultime parole dei moribondi. Stupefacente.»

    «Già», ammise Jacob Roumann.

    «Ogni giorno c’è una lista, è incredibile. E cosa sperate di ricavarne? Un messaggio dall’Onnipotente?»

    «In effetti, all’inizio era ciò che mi ripromettevo.»

    Il prigioniero sollevò lo sguardo sul dottore, cercando di capire se fosse serio.

    «Non sono così pazzo», lo tranquillizzò con un sorriso Jacob Roumann. Poi il suo sguardo si perse nella grotta. «All’inizio della guerra mi facevo uno scrupolo quando, dopo, non riuscivo a ricordare i nomi, i volti. Mi dicevo, sono esseri umani! Ho il dovere di conservare almeno la memoria di come sono morti. Ma erano troppi. Ciononostante, non volevo assuefarmi all’indifferenza. Perché la cosa peggiore di una guerra, peggiore della morte che porta una guerra, è l’abitudine a quella morte…»

    L’italiano abbassò lo sguardo. «Lo capisco.»

    «Ma poi, un giorno ho fatto una scoperta. È accaduto per caso, e da allora ho cominciato ad appuntare le ultime parole di quelli che morivano.»

    «Che scoperta?» domandò il prigioniero, improvvisamente incuriosito.

    «Tornate all’elenco che avete appena letto, alla pagina del 14 aprile.»

    L’italiano ritrovò il segno indicato dal fiore di carta.

    «Ora leggete daccapo, ma senza inutili didascalie. Solo le frasi, di seguito però, senza interruzioni.»

    Il prigioniero lesse: «Mamma – non c’è più la neve – la fine – appare – una coperta di lana».

    La beatitudine di un silenzio calò fra loro. Le parole rimasero ad aleggiare un poco sulle loro teste, prima di svanire come fumo di tabacco. L’italiano scorse sul volto di Jacob Roumann la leggerezza di un sorriso, sembrava soddisfatto. «C’è una bellezza nascosta in ogni cosa», disse il dottore. «Anche nella più tremenda.»

    Non c’era bisogno di ulteriori commenti. Il prigioniero rimise il fiore di carta fra le pagine e chiuse l’agenda.

    Jacob Roumann aveva gli occhi che brillavano. «Ora che avete scoperto il mio segreto, per favore raccontatemi quello di Guzman… Chi era l’unica donna di cui è stato innamorato?…

    "
    — D.Carrisi, La donna dei fiori di carta.
     
  13.  
  14. dreams-in-my-sky:

    Raccontami una storia… una storia vera

    G*

    (via ninacolettesimone)

     

  15. "Bene, vediamo un po’ come fiorisci
    come ti apri, di che colore hai i petali
    quanti pistilli hai, che trucchi usi
    per spargere il tuo polline e ripeterti
    se hai fioritura languida o violenta
    che portamento prendi, dove inclini
    se nel morire infradici o insecchisci
    avanti su, io guardo, tu fiorisci…"
    — Patrizia Cavalli